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mar 14, 2018

La “Tomba dell’Arciere” a Montefiridolfi

Indagini sulla natura e sulla provenienza del materiale lapideo utilizzato per la sua costruzione

Oreste Gerace

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La tomba etrusca dell’Arciere, in località “La Collina” nei pressi di Montefiridolfi comune di S.Casciano V.Pesa (Fi), mostra due aspetti costruttivi particolari: le ragguardevoli dimensioni dei lastroni utilizzati per la copertura e il grande blocco lapideo inserito nella parete di fondo della tomba.
I lastroni di copertura furono evidentemente realizzati da grossi blocchi di arenaria di colore giallo- grigio con grana grossolana passante a conglomerato che contiene numerosi resti di macrofossili di ambiente marino (fig.1). Attualmente non più integri, risultano fratturati in diversi grossi pezzi alcuni dei quali presentano su di un lato un bordo sporgente che assolveva presumibilmente la funzione di appoggio sulle pareti, bordo che probabilmente fu agevolmente ricavato con una semplice lavorazione praticata alla periferia del blocco d’arenaria in corrispondenza di una delle superfici di strato.

Fig. 1 – caratteristiche macroscopiche del materiale lapideo utilizzato per  le lastre di copertura della tomba

Fig. 1 – caratteristiche macroscopiche del materiale lapideo utilizzato per le lastre di copertura della tomba

Ad un più attento esame anche i numerosi blocchi disposti lungo il bordo esterno della tomba risultano realizzati con lo stesso materiale lapideo, ciò vale probabilmente anche per il pilastro centrale e per gli stipiti laterali dell’ingresso sebbene la pietra arenaria con cui sono realizzate queste’ultime strutture risulta costituita da clasti che presentano dimensioni medie che si mantengono pressochè omogenee e non vi si rileva la presenza di frammenti di conchiglie fossili.

Il materiale costituente quest’ultime strutture potrebbe essere stato cavato da livelli particolarmente omogenei rispetto ad altri. E’ da tenere presente che in uno stesso affioramento di rocce arenacee la presenza di livelli con caratteristiche assai diverse per granulomatria e per contenuto di resti fossili è assai frequente in questo tipo di formazioni.
Le pareti della tomba sono realizzate con la sovrapposizione di lastre di Alberese di modeste dimensioni ad eccezione della parete di fondo che è costituita per gran parte da un grande blocco di Alberese che ne copre quasi tutta la superficie (fig. 2).
La peculiarità di questi due aspetti consiste, per il primo punto, nell’assenza in zona di affioramenti di rocce la cui litologia possa essere assimilata a quella dei blocchi e delle strutture sopra descritte, per il secondo punto, nell’impiego per la realizzazione delle pareti della tomba di molti elementi lapidei, tutti di Alberese, di dimensioni modeste e simili e di un unico grande blocco di notevoli dimensioni.
La litologia della roccia con cui furono realizzate la grosse lastre di copertura e le altre strutture, ascrivibile ad un materiale arenaceo-conglomeratico con cemento calcareo che ingloba resti di macrofossili marini, indurrebbe ad ipotizzarne la provenienza da cave poste in aree diverse da quella in cui si trova la Tomba dell’Arciere e che ne distano comunque decine di km come già ipotizzato in un lavoro di De Marinis del 1980.

E’ noto che gli etruschi impiegarono frequentemente lapidei di natura arenacea come materiale da costruzione, vi sono infatti resti di edifici e di tombe realizzate del tutto o in parte con questo materiale, è il caso, ad esempio, della “Panchina” una roccia calcarenitica impiegata abbondantemente nell’area di Populonia (Paoletti O.,2000; Sartori R., 2004 ).

Fig. 2 – Grande lastra di Alberese della parete di fondo della tomba

Fig. 2 – Grande lastra di Alberese della parete di fondo della tomba

Sorge spontaneo l’interrogativo sul motivo che li avrebbe indotti ad utilizzare tale materiale lapideo per realizzare la Tomba dell’Arciere, materiale i cui siti di estrazione sono abbastanza distanti dal luogo in cui è situata la tomba, considerando anche le difficoltà connesse al trasporto di blocchi di tali dimensioni.

La presenza di un solo grande blocco di Alberese insieme ad una moltidudine di elementi di modeste dimensioni a costituire le pareti della tomba appare quantomeno strano se si considera che questo materiale è assai diffuso in zona ed è cavato da sempre per la realizzazione di ogni tipo di edificio e quindi anche di tombe. Un’ ipotesi che può essere avanzata in proposito è quella che prevede il suo riutilizzo essendo stato già impiegato in altro edificio successivamente dismesso o l’ampliamento di una preesistente tomba più piccola in cui il blocco costituiva un’intera parete.

La stele dell’arciere

Altro importante elemento costitutivo della tomba è il bassorilievo raffigurante un arciere, reperto rinvenuto durante le operazioni di scavo che si trova attualmente presso il Museo Archeologico di S.Casciano V.P. Fu realizzato su di un lastrone di arenaria di cui oggi è rimasta solo la parte inferiore.
Da un accurato esame della stele, preso atto della presenza diffusa di piccoli frammenti di conchiglie fossili, della dimensione e della natura assai varia dei clasti (fig.3) e del cemento carbonatico che li lega, è possibile affermare che si tratti dello stesso materiale lapideo arenaceo- conglomeratico che costituisce le altre strutture della tomba. E’ da evidenziare peraltro che trattandosi di un materiale lapideo disomogeneo poco adatto alla scalpellatura ha consentito la realizzazione di un bassorilievo la cui qualità è piuttosto scadente.

Fig. 3 – Stele rinvenuta durante gli scavi della Tomba dell'Arciere che si trova attualmente presso il Museo Archeologico di S.Casciano V. Pesa e particolari del materiale arenaceo-conglomeratico con cui è stata realizzata , si notino la presenza di resti di fossili e la disomogeneità delle dimensioni dei clasti

Fig. 3 – Stele rinvenuta durante gli scavi della Tomba dell’Arciere che si trova attualmente presso il Museo Archeologico di S.Casciano V. Pesa e particolari del materiale arenaceo-conglomeratico con cui è stata realizzata , si notino la presenza di resti di fossili e la disomogeneità delle dimensioni dei clasti

Sulla natura del materiale lapideo arenaceo-conglomeratico

Un’attenta osservazione di un campione di arenaria-conglomerato prelevato da uno dei blocchi che costituivano i lastroni di copertura della Tomba dell’Arciere ne mette in evidenza l’aspetto tipico delle rocce arenacee con cemento carbonatico. Altre caratteristiche di questo materiale, come già ricordato, sono la presenza di resti di macrofossili marini (ostreidi, pectinidi, etc.) e la presenza di ciottoletti di dimensioni variabili fino a qualche cm che vi sono dispersi, molti con un buon grado di arrotondamento, costituiti da varie litologie: vi si riconoscono “ofioliti”, “diaspri rossi”, “calcari bianchi e grigi”, “arenarie”. Particolare interesse riveste un ciottolino incastonato in uno dei grossi frammenti del lastrone, il suo aspetto ricorda l’ ”eurite” (fig.4).

Fig.4 – Ciottolino contenuto nell’arenaria-conglomerato che ricorda l’ eurite, aplite di provenienza elbana

Fig.4 – Ciottolino contenuto nell’arenaria-conglomerato che ricorda l’ eurite, aplite di provenienza elbana

L’eurite è una roccia magmatica filoniana aplitica legata a magmi di natura acida, i cui frammenti si trovano dispersi nei conglomerati di varie località della Toscana sud-occidentale. I ciottoli di tale natura sarebbero il prodotto dell’erosione del massiccio granodioritico elbano che a partire da 7 MA fa, in conseguenza del loro trasporto e sedimentazione a fronte dell’assetto paleogeografico dell’epoca, si sarebbero diffusi nel settore meridionale della Toscana (Marinelli G., 1955; Ferrara G. et altri, 1961; Pandeli et al.,2009). Le indagini sull’effettiva natura mineralogica di questo particolare ciottolino al fine di accertarne le caratteristiche litologiche, unitamente alla presenza di clasti la cui natura litologica è stata già ricordata e ai resti di macrofossili marini, hanno fornito elementi decisivi per definire la natura e quindi la provenienza di questo materiale lapideo.

 

Le analisi mineralogiche e l’interpretazione del loro risultato

Si è proceduto alla definizione mineralogica del sopra citato ciottolino contenuto nell’arenaria effettuandone l’analisi diffrattometrica.

Fig. 5 – Diffrattogramma in cui sono evidenziati i componenti mineralogici del ciottolino di fig.4

Fig. 5 – Diffrattogramma in cui sono evidenziati i componenti mineralogici del ciottolino di fig.4

Il risultato (fig.5) ha però fornito elementi che hanno escluso trattarsi di eurite ed hanno quindi eliminato l’ipotesi di una sua provenienza elbana. Vi è infatti indicata la presenza di minerali quali il “K-feldspato sanidino” e l’ ”albite” che pur ritrovandosi anche nelle apliti elbane non ne costituiscono i componenti più caratteristici che sono invece il “K-feldspato ortoclasio” e le “tormaline”, minerali risultati del tutto assenti nel campione in esame.
La composizione mineralogica del reperto analizzato ha indotto a supporre che potesse trattarsi del frammento di un plagiogranito, tipologia di rocce i cui affioramenti sono assai scarsi nel territorio toscano, rocce che comunque sono associate alle masse ofiolitiche.

Secondo le Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia scala 1:50000 del Servizio Geologico d’Italia, nell’area centro-occidentale toscana, pur in presenza di numerosi ed estesi ammassi di rocce ofiolitiche, sono noti solo due siti in cui sono presenti i plagiograniti, peraltro con affioramenti di modeste dimensioni: al Poggio Caprone, poco a sud di Livorno, e nel Borro dell’Acqua Calda, poco a nord della località Camporbiano nel comune di Gambassi Terme (Fi).
I plagiograniti affioranti al Poggio Caprone sono caratterizzati da una paragenesi metamorfica costituita dall’associazione di plagioclasio albitico, actinolite, sphene, epidoto e clorite (Marroni M., 1990) e quelli affioranti nel Borro dell’Acqua Calda, secondo le “note illustrative del foglio 112 della Carta Geologica d’Italia scala 1:100000, sono costituiti da prevalente albite, orneblenda verde, e in subordine microclino, talvolta quarzo e carbonati.
Di conseguenza si è ritenuto opportuno effettuare un’indagine sulle rocce plagiogranitiche dei due affioramenti sopra ricordati allo scopo di effettuare un confronto con i dati risultanti dall’analisi mineralogica del ciottolino contenuto in uno dei blocchi d’arenaria costituenti la Tomba dell’Arciere.

I plagiograniti di Poggio Caprone

L’affioramento più consistente è situato a WSW di Poggio Caprone (fig. 6).
Le caratteristiche chimiche e mineralogiche dei relativi plagiograniti sono esaurientemente descritte nel lavoro di M. Marroni (1990) e sono riassunte nella tab.1. Si è ritenuto pertanto superfluo raccogliere campioni ed effettuare nuove analisi.

Fig. 6 -Stralcio della carta Geologica scala 1:10000 relativa all’area limitrofa di Poggio Caprone

Fig. 6 -Stralcio della carta Geologica scala 1:10000 relativa all’area limitrofa di Poggio Caprone

 

Tab. 1 - Analisi mineralogiche effettuate su campioni di plagiogranito di Poggio Caprone (Marroni, 1990)

Tab. 1 – Analisi mineralogiche effettuate su campioni di plagiogranito di Poggio Caprone (Marroni, 1990)

I plagiograniti del Borro dell’Acqua Calda

L’affioramento si trova nella parte iniziale del Borro dell’Acqua Calda poco a nord del cimitero di Camporbiano (fig.7). Di seguito (tab.2) sono riportati i dati di un’analisi chimica affettuata nel 1988 su campioni di plagiogranito prelevati da questo sito (Pucci S., 2013). I dati furono a suo tempo utilizzati da un’impresa privata che intendeva ottenere la concessione per lo sfruttamento dell’affioramento come giacimento di feldspato, concessione che non fu rilasciata.

Tab. 2 - Risultati delle analisi chimiche effettuate nel 1988 su campioni di plagiogranito del Borro dell’Acqua Calda (Pucci S., 2013)

Tab. 2 – Risultati delle analisi chimiche effettuate nel 1988 su campioni di plagiogranito del Borro dell’Acqua Calda (Pucci S., 2013)

Si è ritenuto opportuno campionare l’affioramento per effettuare nuove analisi.
Il sito non è facilmente raggiungibile a causa della folta vegetazione che copre l’area ed è rilevabile con difficoltà poiché limo, fango e residui vegetali hanno quasi totalmente obliterato le superfici una volta esposte della roccia (fig.8).

Fig. 7 -Stralcio della carta Geologica scala 1:10000 relativa all’area a nord di Camporbiano

Fig. 7 -Stralcio della carta Geologica scala 1:10000 relativa all’area a nord di Camporbiano

 

Fig. 8 – Borro dell’Acqua Calda in corrispondenza dell’affioramento dei plagiograniti

Fig. 8 – Borro dell’Acqua Calda in corrispondenza dell’affioramento dei plagiograniti

 

Sono stati comunque raccolti alcuni campioni (figg.9a e 9b) da cui sono state ricavate sezioni sottili da sottoporre ad analisi mineralogica microscopica.

Fig. 9 - Campioni raccolti nel sito del Borro dell’Acqua Calda

Fig. 9 – Campioni raccolti nel sito del Borro dell’Acqua Calda

 

Dall’esame microscopico delle sezioni sottile è risultato che il campione “a” corrisponde ad una trondjemite, ovvero un plagiogranito costituito per gran parte da plagioclasi, in misura minore da quarzo e da scarsi minerali femici, il campione “b” è invece una breccia in cui numerosi elementi ofiolitici sono dispersi in una matrice calcarea. I dati relativi al campione di fig.9a concordano pertanto con quelli riportati nella tab.2.

***

I dati relativi alle analisi mineralogiche dei plagiograniti dei due affioramenti inducono a ritenere plausibile che il ciottolino rinvenuto in uno dei blocchi di arenaria-conglomerato facente parte del lastrone di copertura della Tomba dell’Arciere possa, in origine, aver fatto parte di tali affioramenti rocciosi e successivamente, come prodotto dell’erosione, sia andato a confluire nella massa di detriti poi sedimentati e litificati che costituiscono le rocce arenaceo-conglomeratiche. I dati fin qui raccolti e tutti gli elementi al momento disponibili non consentono tuttavia di formulare ipotesi plausibili circa la sua provenienza. Si è reso quindi necessario prendere in considerazione le varie formazioni arenaceo-conglomeratiche affioranti nell’area centro-occidentale toscana tenendo presente, oltre alla relativa composizione litologica ed al contenuto di resti di fossili marini, anche la paleomorfologia dei bacini di sedimentazione interessati.

 

Paleogeografia ed assetto geomorfologico delle aree limitrofe agli affioramenti di plagiogranito

L’affioramento plagiogranitico di Poggio Caprone

L’assetto geomorfologico dell’area adiacente l’affioramento plagiogranitico di Poggio Caprone è caratterizzato dalla presenza dei rilievi costituiti dai Monti Livornesi, già emersi durante tutto il Pliocene (Bossio et al. ,1993).
Il versante orientale di questi rilievi degrada verso una valle con asse orientato N–S su cui insiste il bacino dei torrenti Fine e Tora in cui affiorano sedimenti marini pliocenici costituiti prevalentemente da argille e sabbie, mentre il versante occidentale degrada verso la linea di costa tirrenica (fig.10). Tali sono quindi le aree di drenaggio dei corsi d’acqua che trasportavano a valle i sedimenti provenienti dai Monti Livornesi. Va tuttavia evidenziato che Poggio Caprone si trova in una posizione più occidentale rispetto all’insieme di tali rilievi e che i corsi d’acqua che raccolgono e trasportano i materiali derivanti dall’erosione delle rocce che vi affiorano vengono drenati dai torrenti Ardenza e Chioma che si dirigono ad ovest verso la costa tirrenica.
Rocce conglomeratico-arenacee poligeniche con abbondanti resti di fossili marini affiorano nei versanti occidentali di questi rilievi in prossimità dell’attuale linea di costa e sono rappresentate dai depositi pleistocenici di calcareniti denominati “Panchina” (Bossio et al.1993).

Se si ipotizza che le caratteristiche morfologiche dei Monti Livornesi dal Pleistocene all’Attuale non siano state oggetto di sostanziali variazioni, risulta plausibile che nei detriti che costituiscono la Panchina vi possano essere anche clasti plagiogranitici provenienti dagli affioramenti di Poggio Caprone.

Fig. 10 – Bacini neogenici di sedimentazione. Indicati con asterisco rosso i siti di Poggio Caprone e di Borro dell’Acqua Calda e con linea azzurra la Dorsale Medio-Toscana (da Bossio et al.,1993 modificata)

Fig. 10 – Bacini neogenici di sedimentazione. Indicati con asterisco rosso i siti di Poggio Caprone e di Borro dell’Acqua Calda e con linea azzurra la Dorsale Medio-Toscana (da Bossio et al.,1993 modificata)

L’affioramento di plagiograniti del Borro dell’Acqua Calda

Per quanto riguarda l’affioramento di plagiograniti del Borro dell’Acqua Calda sito presso Camporbiano, le relative ricostruzioni paleogeografiche riferite all’intervallo neogenico- pleistocenico (Bossio et al;1993) mostrano che i prodotti dell’erosione cui erano soggette le rocce ivi affioranti, tra cui altre rocce ofiolitiche, hanno dato origine a ciottoli e sabbie grossolane che trasportati a valle dai corsi d’acqua sono andati a sedimentarsi sul margine dei bacini marini che nel Pliocene Inferiore occupavano quelle aree.
La Dorsale Medio-Toscana, orientata in direzione NNW – SSE, costituisce attualmente e costituiva allora un alto morfologico che separava il bacino marino di Volterra-Radicondoli-Chiusdino da quello di Valdelsa-Siena (fig.10). Tale dorsale fu gradualmente quasi completamente sommersa nelle sue parti meno elevate con la trasgressione marina pliocenica, come provano i sedimenti marini pliocenici costituiti dalle Argille Azzurre che si depositarono sopra le formazioni arenaceo- conglomeratiche considerate precedentemente.
Queste formazioni sono presenti su entrambe i versanti della Dorsale Medio Toscana ovvero affiorano sia nel bacino idrografico della Valdera che in quello della Valdelsa. Va rilevato tuttavia che le acque del Borro dell’Acqua Calda, che nella sua parte iniziale attraversa l’affioramento di plagiograniti, vengono drenate dal bacino idrografico della Valdelsa. Se si accetta l’ipotesi che l’assetto del bacino idrografico dei corsi d’acqua che hanno origine dalla Dorsale Medio-Toscana non abbia subito sostanziali variazioni durante l’ ultima fase del Neogene, ne consegue che i prodotti dell’erosione operata sulle rocce plagiogranitiche di quell’affioramento dovrebbero trovarsi tra i clasti delle rocce arenaceo-conglomeratiche presenti ed affioranti in questo secondo bacino.

 

Le formazioni arenaceo-conglomeratiche prese in esame

Nella tab. 3 sono evidenziate alcune formazioni rocciose affioranti nella Valdelsa, nella Valdera e lungo la costa tirrenica a Sud di Livorno da cui, in base alle caratteristiche macroscopiche ivi descritte, potrebbe essere stato cavato il materiale lapideo arenaceo-conglomeratico utilizzato per la realizzazione della Tomba dell’Arciere. La tabella 3 è stata elaborata utilizzando i dati relativi alle formazioni ivi indicate ricavati dalle Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50000 del Servizio Geologico d’Italia, foglio 295.
Il fatto che le analisi chimico-mineralogiche effettuate su vari campioni di arenarie conglomeratiche appartenenti a formazioni diverse ed affioranti nell’area centro-occidentale della Toscana abbiano evidenziato la presenza di clasti di “eurite” (Antolini E.,2003/2004) e non già di plagiogranito, ancorché vi sia la presenza di clasti ofiolitici e resti di fossili marini, suggerisce di considerare gli affioramenti di queste formazioni quali improbabili sorgenti di provenienza del materiale lapideo oggetto della presente ricerca.

Tab. 3 – Formazioni arenaceo-conglomeratiche del territorio della Toscana occidentale a sud dell’Arno caratterizzate dalla presenza di clasti di origine ofiolitica e da resti fossili di gusci di bivalvi marini dai cui affioramenti potrebbe essere stato cavato il materiale lapideo per la Tomba dell'Arciere

Tab. 3 – Formazioni arenaceo-conglomeratiche del territorio della Toscana occidentale a sud dell’Arno caratterizzate dalla presenza di clasti di origine ofiolitica e da resti fossili di gusci di bivalvi marini dai cui affioramenti potrebbe essere stato cavato il materiale lapideo per la Tomba dell’Arciere

Il campo d’indagine si restringe pertanto a quelle formazioni i cui affioramenti sono presenti in varie località della Valdelsa, della Valdera e dislocati lungo la costa tirrenica a sud di Livorno in cui, oltre alla presenza di abbondanti resti di fossili marini, vi siano clasti di natura magmatica derivanti dall’erosione di rocce ofiolitiche di cui i plagiograniti fanno parte. Ciò implica di prendere in considerazione le formazioni dei Conglomerati di Gambassi Terme, delle Sabbie di S. Vivaldo, in subordine i Calcari di Volterra ed infine la formazione della Panchina.

 

Campionamenti

Sabbie di S. Vivaldo

Le Sabbie di S. Vivaldo sono presenti nell’area posta a sud di Montaione e vi è notizia che presso la località Bosco è presente un affioramento in cui saltuariamente si effettua l’escavazione di questo materiale utilizzato per il recupero e la manutenzione dei nuclei storici della zona. Attualmente il sito da cui sono stati estratti i materiali lapidei non è rintracciabile a causa della vegetazione che copre tutta l’area. Sono stati tuttavia raccolti alcuni campioni ricavati dalle rocce ivi affioranti (fig.11).

Fig. 11 – Campione di Sabbie di S. Vivaldo raccolto preso la località Bosco

Fig. 11 – Campione di Sabbie di S. Vivaldo raccolto preso la località Bosco

Calcari di Volterra

I Calcari di Volterra sono presenti in affioramenti estesi posti a nord dell’abitato di Volterra e, secondo la letteratura, presso le località Montebradoni e C.S.Finocchio si estraeva materiale tale lapideo fino a tempi recenti (Piano Regionale attività estrattive, 2007).

Fig. 12 - Campioni di Calcari di Volterra raccolti presso la vecchia cava di Montebradoni

Fig. 12 – Campioni di Calcari di Volterra raccolti presso la vecchia cava di Montebradoni

Presso la località Montebradoni è stato effettivamente rintracciato il sito in cui era localizzata un’antica cava, ormai non più attiva da parecchi anni, in cui vi sono dislocati numerosi blocchi di materiale lapideo, in gran parte utilizzati per la realizzazione di muri a secco ed in parte ammassati in cumuli in attesa di un qualche impiego. I campioni di fig. 12 mostrano due diverse facies che caratterizzano tale formazione.

Conglomerati di Gambassi Terme

Gli affioramenti di questa Formazione, presenti in un’ area compresa tra il Fiume Elsa, Certaldo e Gambassi Terme, risultano in prevalenza ricoperti da terriccio e obliterati dalla vegetazione che si è sviluppata rigogliosa nelle balze e nei gradoni, unici lembi non interessati dalle intense lavorazioni agricole che hanno trasformato nel tempo la morfologia della zona.
Tuttavia presso la località denominata Badia a Elmi, posta a Sud dell’abitato di Certaldo, in corrispondenza del sito designato col toponimo “Sasso” è stato possibile osservare svariati cumuli di blocchi rocciosi aventi, ad un esame macroscopico, le caratteristiche di tale formazione, blocchi evidentemente sradicati dal substrato durante il lavoro di coltratura dei campi, da cui sono stati prelevati i campioni di Fig.13.

Fig. 13 - Campioni di Conglomerati di Gambassi raccolti presso la località Sasso

Fig. 13 – Campioni di Conglomerati di Gambassi raccolti presso la località Sasso

Calcarenite Panchina

Sono stati raccolti campioni di Panchina lungo il litorale tirrenico nell’area posta immediatamente a sud di Livorno presso le foci dei torrenti Ardenza e Chioma, presso la frazione Caletta poco a sud di Castiglioncello e nell’area posta a ovest di Populonia presso le località Le Grotte e Buche delle Fate in cui sono presenti antichi fronti di cava di questo materiale lapideo (Fig.14).

Fig.14 – Campione di calacrenite Panchina raccolto nell'area di Populonia

Fig.14 – Campione di calacrenite Panchina raccolto nell’area di Populonia

 

Confronto tra i materiali lapidei campionati e relative considerazioni

Il confronto tra i campioni raccolti presso gli affioarmenti delle diverse litologie di cui alla tab.3 presenti nella Toscana Occidentale ed il materiale lapideo utilizzato per le strutture della tomba permette di escludere con sicurezza l’esistenza di analogie con i campioni di calcarenite Panchina, anche al solo esame macroscopico risulta infatti evidente la loro natura assai diversa. In particolare la Panchina è caratterizzata da una dimensione dei clasti assai inferiore e pressochè uniforme, trattasi infatti per buona parte di un’arenite di natura eolica (Boschian et al., 2006).
Anche i campioni provenienti dagli affioramenti delle Sabbie di S.Vivaldo presentano caratteristiche chiaramente diverse rispetto al materiale lapideo utilizzato per la tomba, si tratta in prevalenza di sabbie a grana minuta di un colore tendente al rossastro nella frattura fresca con impronte e resti di gusci di bivalvi marini fossili.
I Calcari di Volterra, pur presentando frequenti resti di gusci di bivalvi marini fossili, si mostrano composti da clasti di dimensioni variabili in cui prevalgono ampiamente quelli di natura calcarea. Una evidente analogia si manifesta invece con i reperti prelevati dagli affioramenti del Conglomerato di Gambassi. Ciò è ben rilevabile anche a livello macroscopico osservando la natura, le dimensioni e la forma dei clasti che costituiscono sia la parte arenacea sia quella conglomeratica oltre alla presenza di numerosi resti di bivalvi marini fossili ad al cemento carbonatico che lega il tutto. La colorazione della roccia sulla frattura fresca ne conferma infine la stretta somiglianza.
Ne consegue che quest’ultima formazione potrebbe essere la probabile sorgente del materiale lapideo utilizzato per la realizzazione del manufatto.

 

Un possibile sito di cava

Presso la località Badia a Elmi, posta a sud di Certaldo, in corrispondenza del sito denominato Sasso, sono presenti strati rocciosi affioranti in posto costituiti da litotipi appartenenti alla Formazione dei Conglomerati di Gambassi. Appare non privo di interesse il fatto che il sito sia denominato proprio col toponimo “Il Sasso”, ciò infatti denota che fin da tempi remoti si era evidentemente fatto riferimento alle caratteristiche morfologiche del luogo che sicuramente si contraddistingueva per un affioramento roccioso che doveva presentarsi consistente, ben esposto ed emergente rispetto ai terreni circostanti. Ciò si desume anche osservando l’andamento delle isoipse nella mappa topografica dell’area che mette in evidenza le caratteristiche fisiche del luogo (fig.15).
La zona in cui è presente l’affioramento è caratterizzata inoltre da alcune peculiarità che, nonostante le profonde trasformazioni morfologiche che l’hanno interessata ormai da tempo, sono tuttora note e possono costituire indizi utili ad ipotizzare l’esistenza di un sito estrattivo di materiale lapideo.

Fig. 15 – estratto della mappa topografica scala 1:10000 relativa all'area di Badia a Elmi da cui si evidenzia la morfologia della zona in cui si trova la località Sasso (da Cartoteca Reg.Toscana)

Fig. 15 – estratto della mappa topografica scala 1:10000 relativa all’area di Badia a Elmi da cui si evidenzia la morfologia della zona in cui si trova la località Sasso (da Cartoteca Reg.Toscana)

In loco è attualmente ben visibile uno strato affiorante con giacitura pressochè orizzontale dello spessore di circa 30 – 40 cm posto nelle immediate vicinaze della strada (fig.16) che è stato utilizzato quale fondazione per la costruzione di un annesso agricolo.
Le notizie fornite dagli abitanti del luogo hanno reso noto che nelle adiacenze del suddetto affioramento era presente un gradone, poi riempito e livellato, posto a distanza di pochi metri dallo strato attualmente affiorante la cui estremità superiore era di poco più bassa rispetto allo stesso strato.

Fig. 16 - Strato di Conglomerati di Gambassi affiorante presso la località Sasso

Fig. 16 – Strato di Conglomerati di Gambassi affiorante presso la località Sasso

Fino a tempi recenti era presente ed attiva nelle immediate adiacenze una vasca usata per la raccolta dell’acqua piovana il cui fondo era costituito dalla superficie di strato orizzontale di una bancata di roccia verosimilmente della stessa Formazione.

 

Considerazioni conclusive

In base ai risultati delle analisi chimiche effettuate, a oggettive constatazioni e a valutazioni connesse ad una serie di elementi di carattere geochimico, geologico, paleogeografico e morfologico, ed in conseguenza di quanto emerso dal confronto tra i reperti acquisiti durante i campionamenti effettuati sul campo e il materiale lapideo di cui sono costituite le strutture della tomba etrusca dell’Arciere, si desume che tale materiale provenga molto probabilmente da un affioramento di rocce appartenenti alla formazione dei “Conglomerati di Gambassi”, formazione diffusa e affiorante in Valdelsa nell’area compresa tra il Fiume Elsa, Certaldo e Gambassi Terme. I reperti campionati permettono infatti di attribuire con buona probabilità l’appartenenza del materiale costituente il manufatto a questa formazione risultando del tutto simili per tutta una serie di elementi sopra ricordati.
In merito all’ipotesi formulata circa l’apparteneza del materiale alla formazione della Calcarenite Panchina e quindi alla sua provenienza da siti localizzati lungo la costa tirrenica a sud di Livorno, preso atto che nella bibliografia sono citati alcuni siti che in passato avrebbero fornito tale materiale lapideo localizzati presso le località Le Grotte e Buche delle Fate, entrambe site vicino al Golfo di Baratti, ove sono evidenti tracce di cave in cui avveniva estrazione e lavorazione del materiale (Paoletti O.2000), oltre alla sua evidente diversità riscontrata all’osservazione macroscopica rispetto al materiale dei lastroni, è da considerare il fatto che l’area in cui sono dislocate le cave suddette dista in linea d’aria circa 70 km dal sito in cui si trova la Tomba dell’Arciere ed in base all’orografia della zona, per il trasporto dei manufatti, vi sarebbero da superare almeno cinque dorsali collinari. Ciò rappresenta un importante elemento discriminante che ne avrebbe reso improbabile l’utilizzazione per la loro realizzazione. Al contrario, le aree della Valdelsa e della Valdera, assai più prossime al Val di Pesa in cui è situata la Tomba, rappresenterebbero un’alternativa assai meno impegnativa.
La ricerca del luogo in cui era localizzata la cava da cui fu estratto il materiale lapideo costituente le varie strutture, che è stata effettuate all’interno dell’area di affioramento dei “Conglomerati di Gambassi”, ha permesso d’ individuare un sito, presso la località denominata Sasso che si trova a SW dell’abitato di Certaldo, che per una serie di elementi ivi rilevati, una serie di dati pregressi di carattere morfologico ed in base alla toponomastica e alla situazione logistica relativa alla viabilità della zona, potrebbe essere verosimilmente il luogo in cui si trovava la cava da cui fu estratto il materiale anche se ciò non esclude la possibilità che vi potesse essere qualche altro sito di cava dislocato nella stessa area. E’ da rilevare inoltre che la località Sasso si trova proprio lungo il percorso della ben nota via “Francigena”, via che, com’è probabile, utilizzava l’antico tracciato di una strada di epoca Romana che a sua volta ricalcava presumibilmente un ben più antico tracciato di epoca Etrusca. Il sito estrattivo, qualora ivi effettivamente presente, poteva usufruire di un’esistente viabilità e ciò rendeva agevole il trasporto a destinazione del materiale lapideo.
Trovare una risposta plausibile all’interrogativo iniziale, ovvero quale possa essere stato il motivo che avrebbe indotto i costruttori della Tomba dell’Arciere ad utilizzare tale materiale lapideo i cui siti di estrazione sono abbastanza distanti dal luogo in cui è situata la tomba, considerando anche le difficoltà connesse al trasporto di blocchi di tali dimensioni, non appare particolarmente semplice. Ipotizzando che costoro progettassero di realizzare l’opera con l’impiego di blocchi di notevoli dimensioni, in particolare per quanto riguarda la copertura della tomba, realizzata effettivamente con grandi lastroni, la scelta del materiale lapideo potrebbe aver privilegiato la roccia arenaceo- conglomeratica affiorante e cavata in Valdelsa che si presenta presumibilmente con strati e bancate estesi ed interessati in misura assai minore da fratture rispetto all’Alberese affiorante nell’area del Chianti.
A tale proposito è indicativo il fatto che l’Alberese fa parte di quell’insieme di formazioni sedimentarie alloctone che va sotto il nome di “Liguridi” la cui storia geologica è assai lunga e travagliata. L’Alberese si è deposta nel Paleocene-Eocene Inf. (60-50 Ma) e la sua messa in posto nell’assetto attuale è avvenuta a seguito di traslazioni di entità notevoli nel tempo e nello spazio prodotte dalle forze tettoniche che hanno dato luogo all’orogenesi appenninica e che hanno generato nelle masse rocciose tutta una serie di fratture, pieghe e ribaltamenti. Non è stato così per le formazioni sedimentarie autoctone che si sono deposte a partire dal Neogene (20 Ma) di cui fanno parte le formazioni che abbiamo preso in esame, peraltro assai più giovani (5 Ma), che non hanno subito le stesse vicende.

 

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